Progettomeg

Motionless Electromagnetic Generator

Principi di funzionamento del M.E.G.

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Il MEG produce energia elettrica, apparentemente dal nulla, intercettando le onde longitudinali elettromagnetiche che esistono in abbondanza quasi infinita nel vuoto dello spazio. Questo oceano di energia che permea tutto, qualche volta è chiamato "energia del punto zero", poiché permane anche alla temperatura dello zero assoluto. Secondo la teoria, il MEG non infrange la legge di conservazione dell'energia, infatti la "conservazione" avviene attraverso il continuum spazio-temporale.

Le premesse

Sapevate che dalla versione originale delle equazioni di Maxwell (quelle che descrivono l'elettromagnetismo) è stato in seguito tolto un termine importante che sembrava inutile? Invece inutile non era, ma si è sempre studiato e insegnato in base alla versione "censurata" delle sue equazioni. E per questo noi oggi conosciamo solo una parte dell'elettromagnetismo...
La ricerca del Dr. Bearden e soci è dunque partita dalle equazioni originali dell'elettrodinamica, e dalla rivisitazione del suo antiquato "modello standard", constatando che ai suoi fenomeni sono applicabili le leggi della dinamica dei fluidi. Considerando il campo magnetico come un fluido, e applicando questa similitudine alla osservazione delle anomalie nella saturazione magnetica dei materiali, l'equipe di Bearden ha concepito teorie ed esperimenti. Le ordinarie onde elettromagnetiche che ci sono familiari, sono chiamate onde 'trasversali' per distinguerle dalle onde elettromagnetiche 'longitudinali' del vuoto. Dove c'è un campo elettromagnetico c'è anche un flusso invisibile di onde longitudinali che oscilla nel vuoto locale. Questo è un fatto, non una teoria. Si pensava però che, a causa delle Leggi della Termodinamica, fosse impossibile sfruttare questa "parte" del campo. Il tempo stesso sarebbe però, in effetti, energia "compressa", e che può essere estratta, e il MEG sa farlo. Vediamo come

Reazione di Lenz - © XmX

Per i meno ferrati in Fisica, ricordiamo prima in parole molto semplici un fenomeno ben noto. Nel circuitino qui a destra abbiamo una bobina (un solenoide) alimentata da una batteria. Finchè il circuito è chiuso, la corrente passa generando un campo magnetico nella bobina e nello spazio attorno. Se però apriamo improvvisamente il circuito, per la cosiddetta reazione di Lenz, la tensione e la corrente circolante hanno entrambe un picco improvviso, prima di interrompersi, superiore ai valori iniziali. Questo comportamento costituisce una evidente asimmetria nel comportamento del campo elettromagnetico e, come già detto, è un fenomeno ben noto anche se, di fatto, non spiegato.

Il MEG è capace di sfruttare la suddetta asimmetria. Per chiarire come faccia, pendolo - © XmXpossiamo prima fare un esempio banale ma efficace.

Immaginiamo un pendolo: per metterlo in moto dovremo fare un certo sforzo per dare una serie di spinte sincronizzate col suo periodo finché, raggiunta l'oscillazione voluta, basterà uno sforzo piccolissimo - teoricamente nullo - per mantenerla.

E fin qui ci siamo, l'analogia fra un pendolo e qualunque circuito oscillante è evidente: diamo energia (spingiamo) finché il circuito oscilla, teoricamente all'infinito. Ora però dobbiamo inserire nell'esempio la asimmetria ...

Il pendolo è sempre là, che attende la nostra spinta. Stavolta però proprio vicino al pendolo Esempio del 'pendolo al vento' - © XmXc'è un muro, dietro il quale tira un forte vento. Quando l'ampiezza dell'oscillazione raggiungerà e supererà il muro, il pendolo riceverà una forte spinta dal vento, tornando indietro con più forza di prima, e quindi noi a quel punto potremo pure smettere di spingere perché continuerà ad andare da solo, risospinto ogni volta indietro dal colpo di vento. Di più: dal suo moto potremmo anche, con una piccola dinamo, prelevare una certa quantità di energia, la quale sarebbe automaticamente rimpiazzata dal colpo di vento.

Come funziona

Beh, l'esempio del pendolo al vento è un bel pò approssimativo, ma aiuta a rendere l'idea di una inerzia da superare e una soglia oltre la quale c'è un apporto extra di energia dall'esterno che vince gli attriti (dissipazioni) e mantiene il moto.

Quindi, sia chiaro, la 1ª legge della Termodinamica è sempre valida: tanto il nostro "pendolo dietro il muro" quanto il MEG, infatti, non creano energia dal nulla, ma trasformano quella di una fonte naturale (il vento o un campo di forza sinora sconosciuto). Pertanto il fantomatico moto perpetuo non ha nulla a che vedere col MEG, e bisogna che questo sia ben chiaro al lettore.

Adesso identifichiamo le parti del MEG servendoci dell'esempio del pendolo dietro il muro: il pendolo è un nucleo ferromagnetico con avvolgimenti (come in un trasformatore), la massa in movimento è il campo magnetico, chi dà la spinta iniziale è il circuito di controllo, la dinamo è l'avvolgimento di uscita, e il "vento oltre il muro" è il flusso elettromagnetico longitudinale nel vuoto locale.

Come è fatto il MEG

MEG, semischematico - © XmXPotrebbe anche sembrare una specie di trasformatore, ma non lo è. (a destra) Essenzialmente si compone di un nucleo magnetico rettangolare microcristallino, con interposto un forte magnete permanente, due piccoli avvolgimenti attuatori (input) detti di controllo e due avvolgimenti collettori di uscita (output). Agli avvolgimenti di controllo va collegata una fonte di impulsi ad una frequenza determinata, e a quelli di uscita il carico.

A dispositivo spento, il flusso magnetico prodotto dalla presenza del magnete permanente centrale si suddivide equamente entro la sezione delle due "C" laterali del nucleo ferromagnetico.
Alla attivazione del dispositivo, un impulso ad uno solo dei circuiti di controllo devia il flusso in una sola metà, poi l'impulso cessa e - mentre il campo tende a ridistribuirsi - arriva l'impulso all'altro controllo, che forza il flusso nell'altra metà, e così via.

In breve, il flusso viene fatto rimbalzare da una metà all'altra del nucleo ferromagnetico, per mezzo di impulsi sincronizzati inviati dai circuiti di controllo. Questi inizialmente innescano il processo sincronizzando il ritmo, per così dire, della saturazione e svuotamento del campo magnetico che così inizia ad oscillare fra una metà e l'altra del nucleo, in un ciclo continuo detto ping-pong.

Dopo qualche ciclo per così dire di pompaggio, si ha la saturazione, ed è possibile cominciare ad attingere energia dal picco di tensione e di corrente prodotto dalla reazione di Lenz, tramite i circuiti collettori. L'alimentazione e il sincronismo degli impulsi di controllo viene mantenuto tramite un adeguato feedback positivo con l'uscita. Abbastanza semplice, come tutte le cose davvero geniali.

Ma, dopo oltre un secolo di studi sull'elettromagnetismo, come è possibile che non ci si sia mai accorti di questa possibilità? La risposta è, probabilmente, che le perdite interne dei materiali usati avevano sempre "smorzato" eccessivamente il flusso, e dunque non si aveva ben chiara l'importanza dell'effetto di Lenz (il picco anomalo). Usando invece un forte magnete permanente per saturare inizialmente il nucleo e, soprattutto, usando un nucleo ferromagnetico microcristallino ad alta efficienza (al posto dei normali lamierini per trasformatori), si è prima riusciti gradualmente a ridurre e poi eguagliare la dissipazione dei materiali (COP = 1), e successivamente a ricavare più energia di quella immessa nei circuiti di controllo (COP > 1), grazie al ping-pong imposto al flusso magnetico nel nucleo e al suo opportuno sfruttamento tramite i collettori. Il rendimento è aumentato di molto innalzando la frequenza dagli iniziali 50 Hz (presi direttamente dalla rete) sino agli attuali 40.000 Hz (generati da un oscillatore). Al momento risulta essere stato raggiunto un COP = 5, cioè viene ottenuta 5 volte l'energia in entrata!

Ma... sarà vero?

Sappiamo bene che nei cassetti degli Uffici Brevetti di tutto il mondo giacciono migliaia di pseudo-invenzioni strampalate o impossibili, e una parte notevole di queste riguarda proprio cose come il "moto perpetuo", l'"energia gratis", e simili. Però negli USA sono più restrittivi, e di solito il brevetto non viene accordato ad apparecchiature che non dimostrino di funzionare, almeno secondo il giudizio dei tecnici analisti dell'Ufficio Brevetti. Dunque, potrebbe essere senz'altro una "fregatura", come no, ma sappiamo come sono andate le cose per la fusione fredda: è stata brevettata in molti diversi procedimenti, ed è ormai certo che funziona (e con adeguati sforzi potrebbe divenire conveniente), ma per ora "pesta i calli" a troppi interessi ...
Tornando al MEG, la sua realizzazione non è nata dal nulla ma è stata il punto di arrivo di una vasta rete mondiale di appassionati ricercatori, più o meno professionali, che da ogni parte del globo hanno collaborato apertamente, e continuano a farlo, scambiandosi liberamente teorie, progetti ed esperienze, tutto grazie ad Internet. Allora un punto a favore della credibilità della tecnologia MEG potrebbe anche ravvisarsi nel gran fermento che ora pervade questi appassionati, i quali ne hanno già realizzato diverse proprie versioni, e naturalmente non cessano di lavorarvi per migliorarne il rendimento.

Realizzazione pratica e applicazioni previste

Il dispositivo è piuttosto semplice, non presenta particolari difficoltà costruttive, usa materiali abbastanza comuni, e dovrebbe anche avere una vita molto lunga poiché non ha parti in movimento. È chiaro perciò che una cosa come il MEG sarebbe di uso pressoché universale, e potrebbe davvero significare l'inizio di una nuova era, libera dal petrolio. Gli inventori ne vorrebbero iniziare la produzione commerciale fra un anno, iniziando con una unità capace di alimentare una abitazione, e che inoltre potrebbe anche vendere l'energia in eccedenza alla rete elettrica. Le prime unità avranno una uscita di 2.5 kW (kilowatt) di elettricità gratis. Più unità potranno essere collegate per avere più potenza, per esempio, quattro di esse darebbero 10 kW. Con una unità da 10 kW una casa potrebbe essere completamente indipendente dalla rete elettrica, e nulla vieta di dotarne anche singoli macchinari industriali a moderato assorbimento. In seguito si prevede di produrre direttamente unità da 10 kW. Unità MEG potrebbero essere installate in automobili elettriche, e potrebbero portare energia conveniente in luoghi remoti. Questo potrebbe volere dire la fine eventuale di gran parte dei problemi del sottosviluppo. E naturalmente anche la possibile fine dell'inquinamento da combustibili.

MEG e dintorni: il "lato oscuro"

L'impatto sociale del MEG sarebbe senz'altro pari o superiore a quello del motore a vapore e del telaio meccanico messi assieme, determinando la caduta di imperi economici e l'ascesa di nuovi, con l'inevitabile corollario di grandi masse di improvvisi disoccupati da rilocare altrove, in una nuova rivoluzione industriale. Ma le super-multinazionali del petrolio permetteranno che tutto questo accada? Non dimentichiamoci che il brevetto è americano, e gli USA non hanno mai esitato a bloccare con ogni mezzo lo sviluppo commerciale di ogni cosa potesse danneggiarli, adducendo ragioni "strategiche" e di "sicurezza nazionale". Il MEG per sua natura è facilmente realizzabile - e probabilmente anche migliorabile - quasi ovunque e con pochissimi mezzi: ma per le ragioni anzidette gli USA potrebbero voler contrastare e perseguire in ogni modo persino chi tentasse di realizzarselo in proprio, e non solo su scala industriale. È facile prevedere che su questo punto nasceranno conflitti giganteschi, speriamo solo economici. Come se questo non bastasse, Bearden sostiene che con la stessa tecnologia del MEG possono purtroppo essere create nuove e potenti armi, ed anzi, secondo lui alcuni prototipi potrebbero essere già stati realizzati.

Spiegazione più scientifica sulle teorie di base

L'onda solitonica

Vi è un’equazione di Schroedinger che permette un risultato particolare, per cui un onda si può auto-mantenere e propagare senza "perdere" energia nel mezzo in cui si propaga. Ha inoltre particolari proprietà che, guarda caso, sono molto simili alle onde scalari. Il nome che attualmente è dato a questo tipo di onda dalla fisica non lineare, è "solitone".
Riporto parte del testo di Giuseppe Gonnella tratto dal libro di Fisica non lineare.

"Nel 1834 l’ingegnere scozzese Scott Russell, cavalcando lungo un canale nelle campagne di Edinburgo, osservo che all’arresto improvviso di una barca in navigazione corrispondeva la creazione di un’onda costituita da una grande elevazione solitaria di acqua, con forma ben definita, che iniziava il suo moto a partire dalla prua della barca e continuava la sua corsa lungo il canale senza cambiare di forma e variare la velocita. Scott Russell segui l’onda, ne misuro la velocita, l’altezza e la larghezza. In seguito ripete queste osservazioni in un laboratorio creato all’uopo cercando, invano, di dare una interpretazione del fenomeno osservato e del fatto che la velocità dell’onda solitaria variava con l’altezza dell’onda. Soltanto nel 1895 due matematici olandesi, Korteweg e De Vries, riuscirono a dare per la prima volta una descrizione teorica del fenomeno riportato da Russell. Korteweg e De Vries ricavarono una equazione non lineare per la propagazione monodirezionale di onde sulla superficie di un canale. Una caratteristica notevole di questo tipo di onde, che le differenzia dalle usuali onde soluzioni di equazioni lineari (le onde piane ad esempio), è la dipendenza della velocità dall’ampiezza, in accordo con le osservazioni di Russell. Una trattazione più dettagliata delle questioni legate alla propagazione delle
onde non lineari `e al di la degli scopi di queste dispense. Due altre proprietà importanti delle onde solitarie vanno comunque evidenziate. La prima è implicita nella forma d’onda: i solitoni sono onde non dispersive, la loro forma rimane inalterata nella propagazione. Va poi sottolineato il cosiddetto comportamento particellare di queste onde. Quando due onde solitarie che soddisfano l’equazione KdV collidono, esse non si disperdono o rompono ma si attraversano reciprocamente acquisendo soltanto una variazione di fase."

Da quanto letto si deduce che per creare un solitone basterebbe che l’ampiezza dell’onda sia relativamente alta rispetto alla sua durata. In pratica impulsi solitonici sono realmente utilizzati nella trasmissione dati in fibra ottica. Riporto qui un breve testo riguardate proprio lo sviluppo e caratteristiche della trasmissione solitonica in fibra.

Nel 1993 Masataka Nakawawa dei laboratori NTT dopo aver trasmesso un solitone per 180 milioni di chilometri in fibra annuncia che "non esistono più distanze” e che l’attenuazione può essere portata a zero. Linn Mollenauer dei Bell Labs lo stesso anno, usando un sistema solitonico, riesce ad inviare 10 miliardi di bit/sec. lungo 20.000 km di fibra. Controllare il solitone significa infatti poter disporre del moto perpetuo. Col solitone, l’onda anomala che si propaga indefinitamente senza decadere, entriamo nell’era dell’ottica non lineare. Il solitone è in grado di trasportare energia o informazione senza disperderla ed è stato così chiamato per via della sua analogia di comportamento con le particelle elementari, che hanno in genere un nome che finisce in “one” (ad esempio elettrone). I ricercatori dell’ateneo leccese, in collaborazione con ricercatori dell’università di Montpellier, hanno dimostrato nel 1988, l’esistenza dei solitoni localizzati anche a più dimensioni, , smentendo in tal modo una convinzione diffusa nella comunità scientifica e aprendo la strada a possibili nuove importanti applicazioni. Il solitone, ad esempio, può descrivere sia un’onda in un canale che un impulso luminoso che si propaga lungo una fibra ottica. Quest'ultima applicazione può dare un’idea dell’importanza anche economica delle possibili applicazioni della Fisica Non lineare; oggi, infatti, le fibre ottiche sono utilizzate ancora prevalentemente nel cosiddetto “regime lineare”, ma ormai è chiaro che solo l'utilizzo delle fibre ottiche in regime non lineare, quando il segnale luminoso viene trasmesso sotto forma di solitone, può permettere la trasmissione rapida e senza errori per lunghe distanze (oltre 12.000 Km) dell’enorme quantità di informazione necessaria per il funzionamento delle cosiddette “autostrade informatiche”.

Quindi, fatto importantissimo, il solitone si comporta come particella e, il nucleo magnetico, si comporta da mezzo non lineare (come la fibra per gli impulsi del laser e il canale per l’acqua). Non solo. I solitoni possono essere associati anche ad altro, su wikipedia si puo’ leggere: "È un fenomeno tipico di alcuni fiumi come il Severn, un fronte d'onda seguito da un treno di solitoni. Altre manifestazioni nelle onde interne sottomarine che si propagano nei termoclivi oceanici. Esistono anche dei solitoni atmosferici, come il fenomeno del Morning Glory Cloud in Australia, dove solitoni di pressione viaggianti in un piano di inversione di temperatura producono vaste nubi cilindriche."

Quindi la possibilità di poter creare un solitone elettromagnetico a frequenze di gran lunga inferiori (80Khz) e di propagarlo attraverso un mezzo idoneo (nucleo ferromagnetico), e’ fattibile. Dobbiamo precisare che il solitone si propaga in fibra attenuandosi (a seconda del tipo di fibra), ma mantenendo invariato l’aspetto sino a quando non decade ad onda lineare.

A questo punto facciamo la nostra prima supposizione dicendo che una bobina costruita in un certo modo e alimentata in maniera opportuna, possa creare un impulso elettro-magnetico con le caratteristiche del solitone e, questo, si possa propagare e contenere all’interno di un nucleo ferromagnetico.

L’effetto Aharonov-Bhom

Nel 1959 Aharonov e Bhom pubblicarono su 'Phisical Review' una teoria secondo cui il solo potenziale vettore A potrebbe (come il campo elettrico E o magnetico B) influire su delle particelle che passino nel suo spazio. La dimostrazione veniva realizzata tramite due esperimenti. Da un ‘cannone elettronico’ che lavorava nel vuoto, veniva sparato un fascio di elettroni coerenti che, passando attraversando due fenditure poste su uno schermo, andavano a colpire un visore dove si formava la figura d'interferenza tra le due onde.

Nel mezzo del cammino dei due raggi, veniva inserito un solenoide ideale. Ebbene, una volta alimentato il solenoide, la figura di interferenza si modificava in quanto il potenziale vettore A andava a modificare la fase della funzione d’onda degli elettroni. Questo non può essere spiegato tramite la fisica classica poiché, in un solenoide ideale, l'intero flusso B è contenuto all'interno di esso e nessun campo può essere presente all'esterno. Ricordo che si e' sempre saputo che sono i campi (elettrico o magnetico) i soli responsabili reali mentre i potenziali (vettore e scalare) sono delle derivate ad esso associate ma senza nessun valore reale (cioe'non tastabili fisicamente). In quegli anni si pensò che la cosa fosse dovuta ad errori o alla non perfetta tenuta del solenoide.

Poi però l'esperimento fu nuovamente replicato nel 1982 da Akiro Tonomura che per mezzo di superconduttori e del laser, dimostro che l'effetto era reale.

Ora è inutile che spieghi cosa sia il potenziale vettore A, il discorso sarebbe complicato e lungo, basti sapere che è ampiamente conosciuto e usato nelle equazioni di Maxwell ma non si era mai pensato che potesse esistere fisicamente. Dal disegno di cui sotto, si puo’ notare che il potenziale vettore A risiede esternamente rispetto al solenoide mentre il flusso magnetico B sta’ all’interno dello stesso.

Sommando le conclusioni dei vari esperimenti si può giungere a risultati a dir poco stupefacenti. Si ottiene che in una zona dove non è presente nessun campo elettrico E, ne magnetico B (E=B=0), il potenziale vettore A può essere diverso da 0 modificando quindi il comportamento delle particelle che passano in quella regione.

A questo punto, usando le equazioni d'onda di Shroedinger della meccanica quantistica, che descrive il moto delle particelle, si possono ricavare dei potenziali.

L'effetto e' ampiamente documentato e ormai praticamente accettato da tutti, ma le sue possibili implicazioni non sono ancora ben definite. Alcuni hanno anche cercato di adottare le equazioni di Shroedinger per contemplare l'effetto ma con conseguenze matematiche ancora più bizzarre. Una alternativa è quindi quella di rivedere il concetto stesso di potenziale, cosa che viene discussa ancora ora.

Comunque Aharanov e Anandan si spinsero ancora più avanti affermando che la modifica di fase è collegata alla fase geometrica (fase di Berry) ma è libera da costrizioni adiabatiche (cioè lo scambio di energia è ammesso).

Per completezza di informazione c'è da notare che il medesimo comportamento si ottiene anche per il potenziale scalare.

Riassumendo diciamo che per notare l’effetto AB bisogna avere un flusso di particelle coerenti (come ad esempio gli elettroni o i fotoni che hanno il dualismo onda/particella), altrimenti la variazione di fase non sarebbe rilevabile. Fondamentale è inoltre il fatto che le particelle abbiano la possibilita di passare attorno ad A seguendo due percorsi diversi (ad esempio sopra e sotto la bobina).

Arriviamo così alla nostra seconda supposizione: facendo transitare un solitone magnetico (onda elettro-magnetica con caratteristiche di particella), all’interno di un nucleo ferromagnetico dove sia avvolta una bobina che simuli il doppio percorso dell’effetto AB (quindi la sua induttanza totale sarà uguale a zero, tipo la bobina di Smith), e dove sia presente un campo magnetico B costante (ad esempio un magnete), supponiamo che si possa ottenere una variazione di fase sulla tensione indotta, dal solitone, nella bobina stessa. Questa variazione di fase fa si che la tensione prodotta ai capi della bobina non sia uguale a 0 come altrimenti dovrebbe accadere per un’onda lineare (onda sinusoidale).

Il Picco di Lenz

Ritorniamo ora a parlare del MEG e di vedere di sistemare le due supposizioni appena dette. Un’impulso solitonico si crea quando la sua ampiezza è di un determinato valore (elevato) rispetto al tempo/spazio in cui l’impulso si sviluppa (ricalca una secante iperbolica). Inoltre se l’ampiezza è maggiore di quella richiesta, il solitone si sviluppa ugualmente e l’energia superflua resta come componente lineare dell’onda (e quindi non più in regime solitonico).

Questo comporta il fatto di alimentare una bobina tramite degli impulsi ad onda quadra che sono gli unici che possono facilitare la formazione del solitone. Ma Bearden parla del picco di Lenz, perchè? Il perchè è proprio dovuto al fatto che nel momento di switch abbiamo dei picchi elettromagnetici altissimi (rispetto alla durata dell’impulso): piu’ essi saranno elevati e lunghi, e più alto sarà il valore energetico del solitone. Più alto sarà il valore energetico del solitone e più energia ‘free’ potremo sperare di raccogliere.

La creazione del solitone è dunque resa piu’ semplice nel momento in cui togliamo alimentazione alla bobina, in quell'istante abbiamo un picco elettromagnetico altissimo che ricalca le caratteristiche del solitone. Delle prove che abbiamo eseguito confermerebbero che sia proprio quello il momento in cui avvengono i fenomeni di AB.

Per massimizzare il fenomeno si potrebbe avvolgere una bobina di controllo tramite il metodo descritto da Tesla nel suo brevetto (bobina bifilare brevetto 512.340). Con quel metodo di avvolgimento la bobina presenta una capacità superiore rispetto a quella tradizionale e, quindi, riesce ad immagazzinare e cedere una energia maggiore .

Ammettendo e sperando che il solitone possa essere stato creato, ipotizziamo che una delle due bobine d’uscita sia avvolta non nel metodo tradizionale, ma ad anello chiuso (proprio come nel caso dell’effetto Aharonov-Bohm) e cioè tipo una bobina di Smith.

Queste bobine sono fatte utilizzando 2 fili di rame diversi (A e B).I fili vengono avvolti contemporaneamente nel supporto ma con verso di avvolgimento opposto (A destrorso mentre B sinistrorso). Questo fa si che per ogni avvolgimento si abbiano 2 incroci. Alla fine avremo solamente due terminali poichè si dovranno collegare assieme i due terminali di partenza (partenza di A con partenza di B) e i due terminali di arrivo (finale di A con finale di B).

Se consideriamo questa bobina dal punto di vista elettrico tradizionale, non avremo nessun tipo di tensione indotta perchè la bobina possiede un valore equivalente di induttanza nulla e quindi la variazione del potenziale A (prodotta dalla repentina variazione del campo magnetico B, onda solitonica nel nostro caso), non crea nessuna tensione rilevabile (le linee blu e viola mostrano il singolo contributo di ognuna delle due semibobine mentre la linea gialla e’ la sommatoria delle due e quindi la reale tensione misurata ai suoi capi).

Inseriamo adesso nel centro del nostro nucleo un potente magnete che fornisce un campo magnetico B costante e quindi un potenziale vettore A esterno al nucleo (A elevato e costante dove viene a sommarsi un delta A, ma di gran lunga inferiore, creato dall’impulso magnetico del solitone).

Una porta per la Free-energy?

Analizziamo il circuito dal punto di vista dell’effetto Aharonov-Bhom. Dobbiamo tenere presente che una variazione del campo magnetico crea una tensione indotta in una bobina che sta nel circuito magnetico stesso (E=-dA/dt). Ora, la bobina di Smith ha un valore induttivo uguale a zero (idealmente) ma è comunque un circuito chiuso sul nucleo (quindi soddisfa l’effetto AB) ed e’ attraversato da un’onda solitonica.

Quindi un solitone che trova nella sua strada una bobina di Smith e per di più quando esiste un potenziale vettore A costante (magnete), può far emergere una tensione che sarà proporzionale al numero di avvolgimenti della bobina, al valore energetico del solitone e al valore di A dato dal magnete permanente.

Se non avessimo il magnete permanente, il valore di A sarebbe solo quello del solitone (molto piccolo) e quindi lo sfasamento sarebbe quasi nullo e la tensione sarebbe inesistente.
Quindi è proprio il magnete che fornendo un elevato valore di A riesce a sfasare i potenziali prodotti dalle 2 semibobine rendendo non piu’ nulla la loro somma.

Il grafico qui sopra mostra nuovamente il contributo di ognuna delle due semibobine ma, in questo caso, esse hanno subito una leggera modifica di fase (effetto AB) e quindi la loro somma non sara’ piu’ uguale a zero come l’esempio precedente. (in entrambi gli esempi ho usato un’onda sinusoidale, e non la secante iperbolica del solitone, per meglio visualizzarne il funzionamento).

Se riuscissimo a ottimizzare per bene il principio descritto sopra, ecco allora che lo schema di Bearden sarebbe perfetto. Infatti, usando due bobine di controllo, si riuscirebbe a creare una serie di solitoni su di un’onda sinusoidale (un solitone per ogni switch). Inoltre bisognerebbe utilizzare anche una bobina d’uscita tradizionale in modo da regolare (tramite l’uso di un ulteriore carico variabile ad essa collegata) e riutilizzare parte dell’energia usata dal circuito, reinserendola nuovamente.

Solo cosi facendo, la tensione d’uscita raggiunta dal carico principale, potrebbe essere rafforzato sia dal normale funzionamento del trasformatore (switching) sia da quello dell’effetto AB. Un più alto consumo del trasformatore aumenterebbe il valore raggiunto dal solitone (picco di Lenz piu’ alto a causa del maggior afflusso di corrente nelle bobine d’ingresso), che a sua volta farebbe aumentare la tensione presente nella bobina di Smith (Bearden parla di regauging a catena).

Un piccolo trucco che ha usato Bearden per creare l’impulso solitonico, è nascosto nelle dimensioni delle bobine di controllo. Infatti per fare in modo che si potesse creare un’alta densità energetica (favorendo il solitone), la lunghezza delle bobine è molto ridotta.

Anche il numero molto alto di avvolgimenti sulle bobine d’uscita suggeriscono una maggiore possibilità di far emergere delle tensioni sfruttabili date dall’effetto AB.

A questo punto ci dobbiamo chiedere se la tensione/corrente cosi’ prodotta è veramente free-energy o meno. A nostro avviso è il magnete che interagisce con il solitone modificandone la fase sul circuito indotto (bobina di Smith). Ma è anche vero che senza solitone non avremo una variazione di B e quindi una possibile tensione indotta. Dai nostri test non siamo riusciti a capire chi fornisce energia, se noi o il magnete. L’unica possibilita’ è sperare di ottimizzare il circuito tenendo presente che già adesso rileviamo delle variazioni all’inserimento del magnete nel nucleo che ci lasciano ben sperare.

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