Componiamo il puzzle?

  Aggiornamento del 24/03/06  

 

Sono passati 4 anni dall’uscita del primo brevetto del M.E.G. e dalle nostre prime repliche usando lo schema di Naudin e poi quello originale di Bearden, entrambi falliti nell’ottenere overunity. Quattro anni di test, ricerche, teorie varie e lettura di testi free energy di Bearden, Tesla, Grays, Naudin e combriccola varia.
Ora proverò a spiegare le mie idee e conclusioni riguardo al mondo della free-energy dove mi appare chiaro esistere un unico filo conduttore che, più o meno, accomuna i vari dispositivi inventati ma mai prodotti in serie e nemmeno mai descritti in modo soddisfacente.
Tutte truffe? Potrebbe anche essere ma gli effetti descritti da molti ricercatori potrebbero trovare spiegazione in fenomeni estremi spiegabili tramite teorie condivise anche dalla scienza ufficiale.

Il solitone
Un esempio lampante è il fulmine globulare: prima negato e poi, dopo numerose prove riguardo la sua esistenza, ecco nascere numerose teorie sulla sua creazione ed esistenza.
Stessa cosa sta accadendo con le onde scalari o longitudinali: esistono? no, si, forse…. e se fossero una particolare onda elettromagnetica che si forma solo in determinate condizioni?
Vi è un’equazione di Schroedinger che permette un risultato particolare per cui un onda si può auto-mantenere e propagare senza scambiare energia nel mezzo che attraversa. Ha inoltre particolari proprietà che, guarda caso, sono molto simili alle onde scalari. Ed ecco che anche la trasmissione d’energia senza fili a distanza, come nel caso descritto da Tesla, potrebbe essere possibile economicamente (elevato rendimento) senza avere controindicazioni (inquinamento elettro-magnetico).
Lo stesso fulmine globulare (secondo una teoria) potrebbe essere una particolare soluzione dell’equazione di Shroedinger: il nome che da attualmente è dato a questo tipo di onda dalla fisica non lineare e’ solitone.
Appare logico che il solitone non ha di per se proprietà overunity ma potrebbe far accadere dei fenomeni sfruttabili per ricavare energia.
La prima cosa che cercheremo di chiarire è cosa sono i solitoni, come si formano e quali caratteristiche possono avere. Poi ci occuperemo dell’effetto Aharonov-Bohm e infine descriveremo come il circuito del M.E.G. di Bearden potrebbe assimilare questi due effetti per poter ottenere energia dal punto zero.

Cominciamo con i solitoni riportando parte del testo di Giuseppe Gonnella tratto dal libro di Fisica non lineare.

Nel 1834 l’ingegnere scozzese Scott Russell, cavalcando lungo un canale nelle campagne di Edinburgo, osservo che all’arresto improvviso di una barca in navigazione corrispondeva la creazione di un’onda costituita da una grande elevazione solitaria di acqua, con forma ben definita, che iniziava il suo moto a partire dalla prua della barca e continuava la sua corsa lungo il canale senza cambiare di forma e variare la velocita.
Scott Russell segui l’onda, ne misuro la velocita, l’altezza e la larghezza.
In seguito ripete queste osservazioni in un laboratorio creato all’uopo
cercando, invano, di dare una interpretazione del fenomeno osservato e del
fatto che la velocità dell’onda solitaria variava con l’altezza dell’onda. Soltanto nel 1895 due matematici olandesi, Korteweg e De Vries, riuscirono a dare per la prima volta una descrizione teorica del fenomeno riportato da Russell. Korteweg e De Vries ricavarono una equazione non lineare per la propagazione monodirezionale di onde sulla superficie di un canale .
Una caratteristica notevole di questo tipo di onde, che le differenzia dalle usuali onde soluzioni di equazioni lineari (le onde piane ad esempio), è la dipendenza della velocità dall’ampiezza, in accordo con le osservazioni di Russell.
Una trattazione più dettagliata delle questioni legate alla propagazione delle
onde non lineari `e al di la degli scopi di queste dispense. Due altre proprietà importanti delle onde solitarie vanno comunque evidenziate. La prima è implicita nella forma d’onda: i solitoni sono onde non dispersive, la loro forma rimane inalterata nella propagazione. Va poi sottolineato il cosiddetto comportamento particellare di queste onde. Quando due onde solitarie che soddisfano l’equazione KdV collidono, esse non si disperdono o rompono ma si attraversano reciprocamente acquisendo soltanto una variazione di fase.
Questo comportamento è illustrato nella figura 1.7 che evidenzia che anche nella zona di collisione le ampiezze delle due onde non si sommano.


Quindi abbiamo capito che per creare un solitone basta che l’ampiezza dell’onda sia relativamente alta e che ci sia una brusca variazione in un breve periodo (per maggiori informazioni riguardo alla formazione del solitone basta leggersi i documenti che ne parlano riguardo alla trasmissione in fibra e dove qui sotto aggiungo altro materiale).

Nel 1993 Masataka Nakawawa dei laboratori NTT dopo aver trasmesso un solitone per 180 milioni di chilometri in fibra annuncia che "non esistono più distanze” e che l’attenuazione può essere portata a zero. Linn Mollenauer dei Bell Labs lo stesso anno, usando un sistema solitonico, riesce ad inviare 10 miliardi di bit/sec. lungo 20.000 km di fibra. Controllare il solitone significa infatti poter disporre del moto perpetuo. Col solitone, l’onda anomala che si propaga indefinitamente senza decadere, entriamo nell’era dell’ottica non lineare.
Il solitone è in grado di trasportare energia o informazione senza disperderla ed è stato così chiamato per via della sua analogia di comportamento con le particelle elementari, che hanno in genere un nome che finisce in “one” (ad esempio elettrone).
I ricercatori dell’ateneo leccese, in collaborazione con ricercatori dell’università di Montpellier, hanno dimostrato nel 1988, l’esistenza dei solitoni localizzati anche a più dimensioni, , smentendo in tal modo una convinzione diffusa nella comunità scientifica e aprendo la strada a possibili nuove importanti applicazioni.
Il solitone, ad esempio, può descrivere sia un’onda in un canale che un impulso luminoso che si propaga lungo una fibra ottica. Quest'ultima applicazione può dare un’idea dell’importanza anche economica delle possibili applicazioni della Fisica Non lineare; oggi, infatti, le fibre ottiche sono utilizzate ancora prevalentemente nel cosiddetto “regime lineare”, ma ormai è chiaro che solo l'utilizzo delle fibre ottiche in regime non lineare, quando il segnale luminoso viene trasmesso sotto forma di solitone, può permettere la trasmissione rapida e senza errori per lunghe distanze (oltre 12.000 Km) dell’enorme quantità di informazione necessaria per il funzionamento delle cosiddette “autostrade informatiche”.

Quindi, fatto importantissimo, il solitone si comporta come particella e, il nucleo magnetico, si comporta da mezzo non lineare (come la fibra per gli impulsi del laser e il canale per l’acqua). Ricordo inoltre che il laser crea un’onda elettromagnetica di una determinata frequenza (elevata). Quindi non è esclusa a priori la possibilità di poter creare un solitone elettromagnetico a frequenze di gran lunga inferiori e di propagarlo nell’aria, nel vuoto o in un nucleo ferromagnetico.

L’effetto Aharonov-Bhom
Passiamo ora ad un cult e cioè l’effetto Aharonov-Bhom. Riporto parte di un mio documento gia disponibile on-line:

Nel 1959 Aharonov e Bhom pubblicarono su 'Phisical Review' una teoria secondo cui il solo potenziale vettore A potesse (come il campo elettrico E o magnetico B) influire sulle particelle senza che sia presente nessun campo. La dimostrazione veniva realizzata tramite due esperimenti, ma noi ci interesseremo solo di uno dei due. Da un cannone elettronico che lavorava nel vuoto, venivano sparati due fasci di elettroni che, una volta riflessi da degli schermi, andavano a colpire un visore dove si formava la figura d'interferenza tra le due onde.


Nel mezzo del cammino dei due raggi, veniva inserito un solenoide ideale. Ebbene, una volta alimentato il solenoide, la figura di interferenza si modificava in quanto il potenziale vettore A andava a modificare la fase degli elettroni. Questo non può essere spiegato tramite la fisica classica poiché, in un solenoide ideale, l'intero flusso B è contenuto all'interno di esso e nessun campo può essere presente all'esterno. In quegli anni si pensò che la cosa fosse dovuta ad errori o alla non perfetta tenuta del solenoide.
Poi però l'esperimento fu nuovamente replicato nel 1982 da Akiro Tonomura che per mezzo di superconduttori e di raffinate tecniche, dimostro che l'effetto era reale.
Ora è inutile che spieghi cosa sia il potenziale vettore A, il discorso sarebbe complicato e lungo, basti sapere che è ampiamente conosciuto e usato nelle equazioni di Maxwell ma non si era mai pensato che potesse esistere fisicamente.
Le conclusioni dei vari esperimenti sono a dir poco stupefacenti.

Praticamente, in una zona dove non e' presente nessun campo elettrico E ne magnetico B (E=B=0), il potenziale vettore A può essere diverso da 0 modificando quindi il comportamento delle particelle che passano in quella regione.
A questo punto, usando le equazioni d'onda di Shroedinger della meccanica quantistica, che descrive il moto delle particelle, si possono ricavare dei potenziali.
L'effetto e' ampiamente documentato e ormai praticamente accettato da tutti, ma le sue possibili implicazioni non sono ancora definite. Alcuni hanno anche cercato di adottare le equazioni di Shroedinger per contemplare l'effetto ma con conseguenze matematiche ancora più bizzarre. Una alternativa è quindi quella di rivedere il concetto stesso di potenziale, cosa che appunto viene discussa.
Comunque Aharanov e Anandan si spinsero ancora più avanti affermando che la modifica di fase è collegata alla fase geometrica (fase di Berry) ma è libera da costrizioni adiabatiche (cioè lo scambio di energia è ammesso).

Ricordo inoltre che per avere l’effetto AB bisogna avere delle particelle (come nel caso degli elettroni sparati) oppure un impulso solitonico, che ha un comportamento particellare. Ecco perchè un impulso elettromagnetico tradizionale non può dar luogo all’effetto AB (spiegazione del fallimento degli attuali M.E.G. in circolazione).
Per poter creare un impulso solitonico nel nucleo del MEG, si potrebbe utilizzare una tensione ad onda quadra lasciando che la corrente circolante nella bobina si interrompa bruscamente (in quel istante abbiamo un picco di tensione ai capi della bobina stessa, il tanto citato picco di Lenz (ma per ora non parliamone).
Per sfruttare meglio il fenomeno si potrebbe avvolgere una bobina di controllo tramite il metodo descritto da Tesla nel suo brevetto (bobina bifilare). Con quel metodo di avvolgimento la bobina presenta anche una capacità superiore rispetto al metodo tradizionale e, quindi, riesce ad immagazzinare e cedere una energia maggiore rispetto alla bobina tradizionale.
Anche in questo caso il metodo di alimentazione della bobina di ingresso sarebbe quello di usare un segnale ad onda quadra in modo che nel momento del blocco d’alimentazione, si abbia un notevole picco di energia (molto maggiore rispetto alla bobina tradizionale) che possa aiutare la formazione del solitone all’interno del nucleo (forma d’onda di una secante iperbolica).
Inoltre, per avere una variazione più accentuata e aumentare il livello energetico dell’onda aumentando cosi’ le possibilità di creare un’onda solitonica e non un’onda tradizionale, si potrebbe anche usare una bobina d’uscita (chiusa su un carico) ma sincronizzata con il segnale di controllo utilizzato dalla bobina di ingresso (così facendo recuperiamo anche l’energia utilizzata nella fase di conduzione), staccando il carico nello stesso momento in cui viene tolta l’alimentazione.
Ammettendo e sperando che il solitone possa essere stato creato (anche se non e’ cosi semplice come descritto finora), ipotizziamo ora che una delle due bobine d’uscita sia avvolta non nel metodo tradizionale, ma ad anello chiuso (proprio come nel caso dell’effetto Aharonov-Bohm) e cioè come una bobina di Smith oppure nel metodo bifilare ma anti-induttivo.(vedere altri documenti on line che chiariscono bene questo tipo di bobine).

Se consideriamo questo anello/bobina dal punto di vista elettrico tradizionale, non avremo nessun tipo di tensione indotta nei due terminali perchè la bobina possiede un valore di induttanza nulla e quindi la variazione del potenziale A (prodotta dalla repentina variazione del campo magnetico, onda solitonica nel nostro caso), non crea nessuna tensione indotta ai terminali della bobina. Quindi il solitone non cede energia alla bobina anti-induttiva e nemmeno alla bobina d’uscita (carico staccato, circuito aperto) e nemmeno alla bobina di controllo (alimentazione staccata, circuito aperto).
Ora nel centro del nostro nucleo inseriamo un bel magnete potente che fornisce un campo magnetico B costante e quindi un potenziale vettore A esterno al nucleo (A elevato e costante dove viene a sommarsi un delta A, ma di gran lunga inferiore, creato dall’impulso magnetico del solitone).

Free energy?
Cosa succede in questa condizione? Analizziamo il circuito dal punto di vista dell’effetto Aharonov-Bhom: ecco che qualcosa di affascinante accade. Infatti abbiamo detto che il solitone ha un comportamento particellare e, il campo magnetico da lui prodotto si muove alla velocita’ della luce o quasi .
Dobbiamo tenere presente che una variazione del campo magnetico crea una tensione indotta in una bobina che sta nel circuito magnetico stesso (E=-dA/dt). Ora, la bobina/anello non ha un valore induttivo ma è comunque un circuito chiuso sul nucleo (quindi soddisfa l’effetto AB) ed e’ attraversato da un’onda solitonica. Se prelevassimo il solitone tramite una bobina tradizionale, non potremmo creare nessun effetto AB e l’energia che ne ricaveremmo sarebbe identica a quella fornita per crearlo (semplice trasformatore, la tensione prodotta deriverebbe dal solitone).
Invece, il solitone che trova nella sua strada la bobina anti-induttiva e per di più quando esiste un potenziale vettore A costante (magnete), fa emergere una tensione (equazione di Schroedinger per effetto AB) che sarà proporzionale al numero di anelli della bobina, al valore energetico del solitone e al valore di A dato dal magnete permanente.
Se non avessimo il magnete permanente, il valore di A sarebbe solo quello del solitone (molto piccolo) e quindi lo sfasamento sarebbe quasi nullo e la tensione sarebbe inesistente.
Quindi è proprio il magnete che fornendo un A costante riesce a creare le condizioni adatte affinché sia creata dell’energia libera.
Ma e’ anche importante il solitone perchè senza di lui non avremo un comportamento particellare (creazione effetto AB) e la possibilità di avere un impulso ( E=-dA/dt).

A questo punto il mio modello assomiglia molto al M.E.G. presentato da Bearden e manca solo un’ulteriore bobina di controllo e una più semplice gestione della bobina induttiva, complicata da me per rendere, spero, più chiaro il mio ragionamento e i metodi per far aumentare l’energia in gioco nel nucleo.

Se riuscissimo a ottimizzare per bene il principio da me descritto sopra, ecco allora che lo schema di Bearden sarebbe perfetto. Infatti usando due bobine di controllo, si riuscirebbe a creare dei solitoni opposti e, trovando la frequenza di risonanza adatta, il rendimento salirebbe.
Anche la bobina d’uscita tradizionale (quella induttiva) non avrebbe molto senso farla lavorare nel metodo da me descritto (cioè comandata da un segnale che collega/scollega il carico), in fondo basterebbe che il solitone non decadesse troppo rapidamente poiché deve sostenersi per il tempo necessario a creare l’effetto AB. Ma non deve rimanere nemmeno troppo a lungo… Quindi il valore della bobina tradizionale, così come il carico, deve essere ben calcolato a seconda del livello energetico da far raggiungere per creare il solitone e dal conseguente suo annullamento .
Solo facendo così il potenziale d’uscita (e quindi, a parità di carico, di potenza), raggiunto potrebbe essere rafforzato sia dalle bobine di controllo sia dallo stesso effetto AB. Aumenterebbero reciprocamente il valore raggiunto dal solitone creando così più tensione sulla bobina anti-induttiva (Bearden parla di regauging a catena) ma anche un più alto assorbimento di corrente (e quindi un maggiore dA) nelle bobine di controllo.

Il Picco di Lenz
Ritorniamo ora a parlare del picco di Lenz: molto probabilmente la creazione del solitone non avviene usando solamente onde quadre di tensioni (l’ho descritta per far meglio comprendere il funzionamento) ma solo nel momento in cui togliamo la tensione. In quell’istante abbiamo un notevole impulso elettromagnetico che però dura un brevissimo tempo (energia accumulata dalla bobina e rilasciata molto velocemente). Ecco che la sua forma è proprio identica ad una secante iperbolica che contraddistingue il solitone.
Tutto il discorso precedente rimane valido tranne per il fatto che l’impulso solitonico lavora per un tempo molto più breve rispetto a quello pensato. Si hanno quindi 2 tipi di funzionamento uno da trasformatore normale (per mantenere un alto valore di energia in gioco e migliorarne il rendimento) e uno invece ‘free-energy’ dato nei soli istanti in cui si crea il picco di Lenz e dove si scatenerebbe il solitone e l’effetto AB.
Un altro piccolo trucco che ha usato Bearden per creare l’impulso solitonico è nascosto nelle dimensioni delle bobine di controllo. Infatti per fare in modo che si potesse creare un’alta densità energetica (favorendo il solitone), la lunghezza delle bobine e’ molto ridotta.
Anche il numero molto alto di avvolgimenti sulle bobine d’uscita suggeriscono una maggiore possibilità di far emergere delle tensioni sfruttabili date dall’effetto AB.
Ci sono però anche numerosi problemi nella creazione del solitone all’interno del nostro nucleo chiuso: è molto più semplice creare un solitone con un nucleo aperto in modo che sia libero di allontanarsi. I test che ho effettuato con una barra di ferrite hanno dato esito positivo Una forma d’onda associabile ad un solitone fatta transitare su una bobina/anello dava risultati diversi a seconda se inserivo o meno il magnete permanente.
Nel caso del nucleo chiuso, il solitone potrebbe interferire con se stesso e bisogna trovare il modo per cui possa crearsi (quantità di energia necessaria), creare l’effetto AB ( ‘passare’ cioè una sola volta(?) nella bobina/anello) e morire facendo ritornare l’energia da lui trasportata nelle bobina tradizionale (migliorare il rendimento). Un’impresa difficile sia teoricamente che praticamente tanto che Bearden non è ancora riuscito a produrre il M.E.G. a livello industriale.

Chi ci aiuta?
Come appare chiaro, la teoria e il dimensionamento, come pure la realizzazione pratica, è molto ma molto complessa. Tutta la matematica che sta dietro ad ogni singolo effetto qui sopra menzionato è molto difficile da trattare e ancor di più metterla assieme per realizzare qualcosa di concreto: una scommessa difficile che io non posso nemmeno pensare di sviluppare.
Se vogliamo che il progetto del M.E.G. possa continuare a svilupparsi su questo sito e questo forum sarà necessario l’aiuto da parte di ingegneri, fisici e di tutti quelli che possono aiutarci analizzando innanzitutto questa mia congettura, e poi nel procedere con soluzioni teoriche e pratiche per il dimensionamento di ogni singolo componente.

Io il sasso l’ho buttato…
Sandro Meg

 

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